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martedì 6 dicembre 2011

Rai Stereonotte



Mi è sempre piaciuta la radio fin dagli albori delle radio libere. A metà degli anni settanta fui conduttore di una fortunata trasmissione musicale, Scatola Calda, a Radio Varese, l’unica radio libera dell’occidente occupato così strillava il suo logo inventato dal sottoscritto e divenuto titolo di un libro, una radio politicamente scorretta (negli anni novanta fu confiscata dalla nascente Lega Lombarda) e con un palinsesto musicale in cui anche il più innocuo e sbarazzino Aperitivo in musica per casalinghe e pensionati aveva come sigla una kilometrica Rock n’Roll di Lou Reed. Musicalmente parlando era molto più anticonformista (già nel 1976 era di casa Patti Smith) delle più titolate ed urbane Canale 96 di Milano e Radio Alice di Bologna ma si sa alla provincia non sempre vengono riconosciuti i suoi meriti. Ci stetti un paio di anni a Radio Varese fino a quando non fu “normalizzata” dalla sinistra ufficiale (fino allora era stata una Radio autonoma e di movimento), bivaccai qualche tempo, tra la fine dei settanta e l’inizio della decade successiva in qualche radio commerciale e poi finii a condurre settimanalmente un programma di deciso orientamento rock a Radio Popolare, radio che frequento tuttora. Proprio la “militanza” a Radio Popolare oltre alla mia attività giornalistica nel Mucchio Selvaggio mi valsero l’arruolamento nel team rotante di Rai Stereonotte messo in piedi dal direttore Pierluigi Tabasso.

sabato 10 aprile 2010

Radio Varese


Radio Varese fu un’esperienza per molti di noi fondamentale, capace di mettere in contatto esperienze umane sparse sul territorio che avevano bisogno di un’occasione per incontrarsi e conoscersi. Almeno per quanto riguarda la prima versione della Radio, quella nata nel 1976 e conclusasi con la polemica e politica dimissione di alcuni di noi circa un anno dopo, fu un esperienza positivamente devastante che lasciò un segno indelebile nelle nostre vite.
Dispersi in quella parte degli anni ’70 a cavallo tra utopie e movimento, si cercava di riporre la nostra creatività e la nostra voglia di vivere al di fuori di gruppuscoli, partiti e slogan e così qualche nome da giungla come Tambo, Zambo, Dundo, Bongo si trovarono a fianco ad un inatteso concentrato della sinistra rivoluzionaria varesina, l’anarchico Roberto, lo stalinista Nedo e il gramsciano Chico. Più che per le idee politiche, il gruppo si solidificò per la militanza nella Radio e per l’amore verso i linguaggi musicali americani, Woody Guthrie e il folk, il blues, il jazz e soprattutto il rock. Non sembrava vero ai nostri di potere “praticare” tranquillamente i propri gusti e miti lontano dalla fastidiosa spocchia dei “professorini” della politica, forgiati in quel grigissimo Marx-Lenin-Mao Tze Tung pensiero che faceva di un disco dei Grateful Dead un pericoloso nemico dei proletari del mondo. I “gerarchi” della sinistra rivoluzionaria organizzata non vedevano di buon occhio questi renegades, li consideravano alla stregua dei freakkettoni. Troppo anarchici, troppo indisciplinati, troppo snob con quei loro dischi strani di importazione che arrivavano dal cuore dell’imperialismo americano.

lunedì 29 marzo 2010

Radio Libera


Fino al 1976 in Italia non esistevano emittenti radio in alternativa alla RAI. Per una volta tanto non era una singolarità nostra: il recente film I Love Radio Rock racconta proprio la storia di Radio Caroline, una emittente “pirata” che per trasmettere sul suolo britannico (la patria del liberalismo) doveva farlo da una nave fuori dalle acque territoriali.
Quando le stazioni radio furono liberate dalla Corte Costituzionale nacquero come funghi migliaia di emittenti in ogni città e in ogni paese, con ai microfoni ogni sorta di entusiasti disk jockey, come è raccontato in un altro film, Radio Freccia. Le radio allora non si chiamavano ancora "private" ma Radio Libere e questo sottolinea bene la portata di quella che fu vissuta come una vera rivoluzione specialmente dagli amanti della musica rock (che poi allora erano tutti quanti i giovani). Eugenio Finardi, quando era qualcuno dedicò una bella canzone alle radio libere… “amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente, se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace ancor di più perché libera la mente…”

Posso dire: io c’ero. Nel 1976 avevo 18 anni, già una certa collezione di dischi d’importazione e diversi viaggi in Inghilterra alle spalle: un curriculum perfetto per condurre un programma ad una radio libera. Ricordo uno studio splendido (l’unico bello studio che avrei visto in una stazione radio) nell’attico di un hotel ai bordi della città. Mettevo i dischi e parlavo al microfono guardando dalla finestra le auto correre sulla strada. L’impressione era di parlare proprio alle persone su quelle auto. Usai diverse sigle musicali, le ricordo tutte: Hallogallo dei Neu! (per un programma che chiamavo infatti Hallogallo), Dizzy Lizzy dei Can, Expresso dei Gong, più tardi In Shades di Tom Waits e Green Onions dei Booker T & MGs.
Poi le radio divennero “private” e la cosa smise di essere bella e divertente.
Vivendo alla periferia dell’impero non ebbi mai l’opportunità di condurre un programma radio vero e serio, tipo Rai Stereonotte, ma presi l’abitudine di preparare cassette a tema agli amici come si trattasse di una trasmissione radio che chiamavo Classic Radio One, con sigle come Birdland o Grateful Dawg.

Magari per gioco in qualche post futuro di questo blog mi inventerò qualche scaletta per una trasmissione notturna: “Ore 21:30, buonasera a tutti, qui è Blue Bottazzi ai microfoni di Classic Radio One, per una serata di sana e solida musica rock…”

da Blue Bottazzi BEAT, gennaio 2010